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Il Commesso Viaggiatore …. Willy era un commesso viaggiatore e se tu fai il commesso viaggiatore non vivi sulla terra. Non sei il tipo che avvita un bullone o mi legge gli articoli del codice o mi prescrive la ricetta.
Tu lavori così, per aria, aggrappato a un sorriso o al lucido che hai sulle scarpe. E quando nessuno ti sorride più, è la fine del mondo. Da quel momento cominci a sbrodolarti il vestito e addio, sei finito.
Non calunniate quest’uomo. Un commesso viaggiatore deve sognare.
I sogni fanno parte del suo mestiere….
"Morte Di Un Commesso Viaggiatore" A. Miller
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22 gennaio 2011
Quando la luna scese

Approfittando della nebbia fitta, la luna scese lentamente fino a sfiorare le
cime dei tigli. L'uomo, che l'aspettava nella radura pazzo d'amore per lei,
smise di respirare quando, bianca come la pietra di una cattedrale, lei toccò il
suolo. La sua luce calda di alito di drago, lo avvolse e, mentre i rami
irrigiditi dall'inverno fiorivano di gemme inattese, l'uomo entrò in lei e
furono spuma di galassie. La terra si dissetò coi loro aromi e le stelle si
spensero. L'uomo conobbe i misteri del mondo e quando la luna si sollevò nel
cono di nebbia, lui si mutò in vento e le fece strada. Le stelle
sorridevano.
| inviato da Chirano il 22/1/2011 alle 0:1 | |
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25 dicembre 2010
Degli anni, di labbra e di baci e di fiocchi di neve

Faccio un elenco delle cose amo di più in assoluto, e tra le prime dieci ci metto il vento. Quello della mia prima media fu un autunno ventoso. Tutti i pomeriggi, dopo la scuola, il vento si alzava e cambiava la luce al mondo che diveniva la scenografia ideale per le nostre epiche battaglie di sassi. Fu durante una tenzone crepuscolare che Vincenzo Sannicandro e Nicola Labianca, cominciarono a chiamarmi Muso di Copertone.
Quel giorno, a dodici anni presi coscienza che il mio labbro inferiore sinistro, quasi non esisteva. La mia bocca non era come quella dei miei amici. Interrogai i miei genitori che mi mostrarono un cartoncino giallo dell’Istituto dei Tumori. Fu a due anni che me ne spuntò uno sulla bocca. Benigno. I chirurghi lo asportarono insieme a mezzo labbro.
Sarei stato rifiutato? Avrei mai potuto baciare una donna? Quando Gorillino mi baciò per la prima volta, sotto un milione di strati di estasi e stupore, vibrava l’incredulità; un angelo aveva posato le sue labbra di meringa su quella “cosa”. Fu incredulità per ogni rossa ciliegia che Gorillino mi regalò nel corso della nostra storia. Ma, bastava una vetrina o uno specchio a farmi ricadere in una disperazione sorda e strisciante. Annie da Padova, aveva il nome di una santa e un corpo plasmato dagli dei, esclusivamente per l’amore. Il mio labbro - il polipo - come lo chiamò, la impressionò molto. Mi trascinò in farmacia per acquistare una crema che neutralizzasse il mostro, l'infezione. Annie pensò che quello del mio labbro, fosse uno stato passeggero. La cosa mi piacque. Facemmo l’amore tra le piante di Villa Panphili. Roma sorrideva. Annie da Padova non la vidi mai più. Poi, con gli anni, arrivarono gli altri baci, sopratutto i baci di Lu, infiniti, perfetti, uguali e diversi tra loro, come i cristalli di neve. Ma tutto ciò non bastò. L’esito negativo di un colloquio di lavoro, un rifiuto. Erano colpa sua! Il labbro polipo. Così un giorno mi decisi; esiste la chirurgia plastica dopotutto. Cominciai con un trattamento preparatorio all’intervento. Giravo con un cerotto sulla bocca e quando spiegai ad un mio collega curioso, a cosa mi preparavo, lui mi disse: “fai benissimo sai, così dopo l’intervento potrò invitarti alle mie feste a Bologna, ci sono un sacco di persone importanti e gran pezzi di gnocca”. Dovetti pensarci solo due minuti, chiamai la dottoressa che mi avrebbe operato “niente da fare bellezza, me lo tengo questo labbro assente, al massimo potrà durare ancora qualche decina d’anni, i vermi maledetti mangeranno meno”. Non usai queste parole, avrei voluto, ma fui educato e formale nell’annullare l’intervento. Son passati lustri, e oggi, labbro mio, si può dire abbiamo un buon ropporto, un certo dialogo. Si, ogni tanto ti tengo il muso, ma è così, per fare scena. Il nobile e famoso naso di Cyrano ingombrava, chiedeva spazio, era così grande che solo il maestrale tra tutti i venti, poteva procurargli un raffreddore. Tu invece, labbro mio, appari per la tua assenza, ti notano perché non ci sei.
Ma oggi è natale e cederò anch’io alla bontà. Senza mettere tempo in mezzo, con la mano sul cuore, ti nomino seduta stante Gran Labbro di Guascogna! Dunque a te dedico le ultime parole dell'amato Ercole, Savignano di Bergerac…
“ …voi mi strappate tutto, il lauro e la rosa! Strappate pur! Malgrado vostro, c’è qualcosa che io mi porto,
ch’io porto meco, senza piega e senza macchia, a dio. …ed è? …il labbro mio!
| inviato da Chirano il 25/12/2010 alle 16:18 | |
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12 novembre 2010
Lo stormo

E' passato un anno. Accidenti! Il mio vecchio, lento blog è ancora qui. Non si è dissolto, svanito nella rete.
Era una macchia nera lo stormo sopra la mia testa prima di esplodere fino a scolorirsi e poi tornare al centro, plastico e veloce, e ancora in alto, a segnare l'arco leggero del tuo sorriso. Senza fiato, oggi.
| inviato da Chirano il 12/11/2010 alle 22:16 | |
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27 novembre 2009
Tsuru

C’è una cosa che amo fare nei momenti di attesa, che sia in aeroporto, al ristorante, o sul treno. Durante una barbosa riunione, o quando sono bloccato nel traffico, a me piace piegare la carta. Costruire un origami calma le onde, sospende i moti del cuore e mi rilassa. Si può usare qualsiasi carta che non sia troppo spessa, ma poiché un origami deve esprimere bellezza, cerco di usare carta giapponese creata per questo scopo, a volte fatta a mano oppure no, possibilmente decorata secondo la tradizione nipponica. La compro on-line o nei rari negozi di articoli giapponesi. Le figure che si possono realizzare con gli origami sono praticamente infinite; animali di ogni tipo, mostri, oggetti, personaggi degli anime, cappelli, scatole, fiori, oggetti volanti e tanto altro. Possiedo molti libri su questo argomento e, da quando l’uso di internet si è diffuso, è possibile trovare tutto ciò sul web. Tuttavia la Gru che cova (Tsuru) è la mia figura preferita. La considero un piccolo scrigno di carta stretto intorno a un cuore di bellezza, essenza, eleganza e poesia. Secondo la leggenda, la gru vive mille anni, darla in dono rappresenta un augurio di lunga vita. Inoltre, occorre tempo e dedizione per realizzare una gru dalle linee pulite, regalarla significa anche: “ho pensato a te per tutto questo tempo, sei importante”. Sadako aveva due anni, e quando la bomba cadde su Hiroshima. Lei miracolosamente si salvò. Ma il cuore nero della bomba la seguì e dopo dieci anni si ammalò di leucemia. Sadako amava immensamente la vita perché aveva 12 anni ed era curiosa del mondo. Quelle passate in ospedale, erano per lei giornate infinite. Utilizzando le scatole delle medicine e qualunque pezzo di carta fosse disponibile, si dedicava alla realizzazione di piccole gru. Il 25 ottobre del 1955, dopo 8 mesi di malattia, la vita di Sadako cessò. Nella sua cameretta d’ospedale, in quel momento, si contarono più di 1.300 piccole gru. C’è una statua ad Hiroshima dedicata a Sadako ed alle sue gru. Esiste un’altra versione della gru; quella che vola. E’ meno elegante, ma, quando le si tira la coda, la gru muove le ali. Per questo piace molto ai bambini. Durante un viaggio in treno, qualche anno fa, la gru che vola attirò un nugolo di bambini nel mio scompartimento. Tutti insieme ci mettemmo a costruire uno stormo di gru colorate che poi presero il volo attraverso il finestrino. Fu molto divertente. Regalare un origami, procura piacere. A volte è occasione per socializzare, per strappare un sorriso, o lenire un dolore. Ma, a mio parere, l’origami è fatto per essere abbandonato, o forse seminato, come si lascia cadere un seme, senza sapere che ne sarà. Germoglierà? Finirà in un terreno arido per morire? Non si sa! Mi piace lasciarli sul tavolo, al ristorante. Sul bracciolo del sedile prima di scendere dall’aereo, sulla panchina dove ho riposato due minuti, sul banco di un bar, dal dentista, in sala d’attesa. Oggi ho lasciato la mia tsuru sul tavolo dl ristorante, e mentre mi allontanavo per prendere il cappotto, ho sentito una cameriera dire all’altra :” E’ mio! Lo puoi toccare, ma con delicatezza”. Sul palmo della mano aveva la mia gru. Anche questo è stato molto divertente. Ma di solito non so che fine fanno i miei origami. Li lascio lì, poi qualcuno li prende oppure finiscono nella spazzatura. Chissà!?. Ma sempre, mentre piego la carta, dentro ci metto qualche pensiero. Una volta nelle pieghe ho racchiuso un bacio, perché fosse portato lontano, a destinazione. Però, ultimamente, mentre piego la gru, mi capita spesso di pensare a Sadako, a quei suoi giorni infiniti. Mi sforzo di immaginare quali fossero stati i suoi pensieri, ma non ci riesco, allora mi concentro sulla carta, sto attento agli angoli, alle pieghe. Una dopo l’altra
| inviato da Chirano il 27/11/2009 alle 23:14 | |
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8 novembre 2009
Sedicianni

Il ragazzo aveva occhi da cerbiatto e una cicatrice sul labbro. La ragazza possedeva capelli di foresta e la bellezza di una nuvola di Namibia. Il ragazzo andava a prenderla ogni sera, percorrendo la stessa via in cui stava Valvolina, uno che tirava fuori lacrime dall’armonica. L’aspettava sotto casa, aspirando il profumo dei provoloni, che quasi fumava dal caseificio lì sotto. Passeggiavano mano nella mano incuranti della città che li teneva stretti al suo seno. Il ragazzo era sempre inquieto, aveva lasciato la scuola e sognava di conoscere il mondo. Portava sempre con se un tascapane di tela. La ragazza camminava in modo buffo, frequentava il liceo e indossava una sciarpa lunga che lui le aveva regalato. Erano grandi camminatori. Il ragazzo amava osservare il cielo basso e le nuvole veloci, la ragazza gli parlava con saggezza soffiando le note della sua voce calma. Il ragazzo aveva sempre voglia di fare l’amore e anche la ragazza ne aveva. Le loro carezze e i baci erano vividi e aspri come i limoni di Amalfi. Il ragazzo non pensava al futuro e la ragazza nemmeno. Non ne avevano nessuna necessità. Erano felici.
Un giorno il ragazzo partì per un lungo viaggio. Conobbe terre lontane e misteriose, udì canti incomprensibili e dormì sulla terra nuda abbracciato alle stelle. La ragazza lo aspettava ascoltando canzoni. Il ragazzo tornò e aveva un gran desiderio di raccontarle ciò che aveva conosciuto. Ma il mondo lo aveva stordito e non trovava le parole per farlo. La ragazza lo accolse sorridente, ma lui era muto. Così la ragazza pensò che avesse smesso di amarla, che il ragazzo, in quelle terre lontane avesse conosciuto amori esotici. In una sera d’autunno, quando il ragazzo passò a prenderla, lei mise nelle sue mani un biglietto; “It’s All Over Now Baby Blue” . Una canzone di Bob Dylan. Il ragazzo pensò che lei avesse smesso di amarlo. Da quella sera il ragazzo e la ragazza si separarono.
Avevano sedici anni e si misero in cammino verso il futuro.
| inviato da Chirano il 8/11/2009 alle 21:25 | |
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20 settembre 2009
Rima rimasta al Faro

Arrivarono
in più di cento
al faro di Capo Spartivento
Ballerine, musici,asceti e aspiranti poeti,
uomini
buoni e dal cuore di cemento
Sguardi increduli e bocche spalancate,
a
qualcuno cascò il mento
Tutti, ma proprio tutti, li videro planare;
Un milione di
angeli che sedevano a riposare le ali così per un momento, tutti furono uguali.
| inviato da Chirano il 20/9/2009 alle 13:33 | |
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19 agosto 2009
Gelato al rimone
Ho avuto la mia magica vacanza di un giorno.
Alla stazione del tempo ho acquistato un biglietto; 35 anni, senza ritorno.
Sulle punte dei piedi, saltellando sulla superficie del lago,
la Regina della Carta di Gelso,
il saggio cavaliere Indipendente,
il mio Angelo di Lyone,
ed io, scudiero impenitente,
ci siamo, con letizia, arrovellati la mente:
“laggiù davvero il cielo è piú blu? Più basso? E la luna più indolente?”
| inviato da Chirano il 19/8/2009 alle 23:20 | |
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10 luglio 2009
La Crisi

Sapeva che la crisi sarebbe arrivata. Se lo aspettava. Ebbe le prime avvisaglie una settimana prima, quando, di passaggio a Rovigo, era entrato in un negozio di libri usati ed aveva comprato Fùtbol di Osvaldo Soriano. Il volume proveniva da una libreria di Roma e conteneva una dedica : ”Ad un aspirante giocatore. Con amore! Natale 2000. Lorena”. Il seme era entrato in circolo. Una settimana dopo, all’alba ci fu il sogno, brevissimo: La incontrava in un centro commerciale. Lei lo vedeva e immediatamente distoglieva lo sguardo. Poi spariva tra la folla. Talmente veloce che non ci poteva giurare che fosse davvero lei. Fine de l sogno. Si svegliò sudato, con i battiti del cuore in disordine, la bocca asciutta e un totale senso di panico. Andò al lavoro, ma non riuscì a combinare nulla. Sbagliava strada, non ripartiva ai semafori e non aveva voglia di parlare con nessuno. Tornò a casa tardi alla sera e decise che doveva resistere. Accese il computer deciso a cancellare definitivamente dall’hard disk tutte le lettere, i messaggi, le chat, e i pensieri di lei. Ma prima volle leggere tutto, parola per parola. Sprofondò in quelle pagine, tutta la notte. Molte di queste, ebbe l’impressione di leggerle per la prima volta. Tutta la notte. Ogni parola. Il ronzio del computer, il suo respiro sempre più lento e la pioggia la fuori. Al mattino era sfinito ma tranquillo. Non cancellò nulla, anzi fece una copia di tutto su un dvd e la custodì con cura. La crisi era passata. La malattia, come una cattedrale, impassibile, restava a guardarlo.
| inviato da Chirano il 10/7/2009 alle 22:49 | |
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25 giugno 2009
Il ritorno dell'Abominevole

Fuori dal ristorante Roberto accese una sigaretta prendendola dal suo pacchetto con le scritte in arabo e la foto di un malato terminale. “E adesso che cazzo facciamo?” “Dovremmo andare a lavorare” “No! Fa troppo caldo, e se telefonassimo all’Abominevole?” “Ok” “……………..” “Ha detto che passa a prenderci e andiamo a casa sua…”
Fino ad una decina di anni fa, l’Abominevole era stato uno dei miei migliori clienti, poi decise di ritirarsi e di dedicarsi completamente ai suoi hobby: volare, scopare e sparare. In quel periodo, contemporaneamente, l’Abominevole si stancò del lavoro e di sua moglie, così, semplicemente la cacciò di casa e dall’azienda. Al processo, la moglie mi chiese di testimoniare in suo favore. Mi era antipatica, ma lo feci per un senso di giustizia. In tribunale l’Abominevole, dapprima non mi rivolse la parola, poi mi disse che mi avrebbe sparato, ma poiché mi considerava una persona buona, mi avrebbe messo al cinquantesimo posto nella lista di quelli che avrebbe dovuto ammazzare, in modo che avrei avuto un bel po’ di tempo a disposizione prima della mia fine violenta. Da allora il processo va avanti lentissimo e senza fine. Mentre mi chiedevo se mi avrebbe sparato e con cosa; fucile a pompa? Winchester? Carabina? O semplicemente con una delle sue pistole?, l’urlo di un motore e una nuvola di polvere precedettero l’apparizione del suo enorme SUV nero. Lui era ancora più grosso, una massa di muscoli guizzanti. Il volto congestionato e i soliti capelli lunghi biondi, lo rendevano un po’ inquietante. Fece un gesto e lo seguimmo. Quando il cancello si aprì, la sua villa del quattrocento, apparve di una bellezza più triste e trasandata rispetto all’ultima volta che l’avevo vista. La preferivo ora, con le erbacce, la piscina vuota cosparsa di foglie secche e qualche chiazza di muffa sulle alte mura di cinta. Fu rudemente cordiale, come sempre e quando, con velato timore, per sondare le sue intenzioni, gli ricordai la sua minaccia, mi disse di non preoccuparmi, nella lista ero sempre al cinquantesimo posto e per il momento non aveva ancora ammazzato nessuno. Ci portò subito in cantina, aprì una bottiglia di refosco e, insieme a Roberto la svuotò. Il mio dito di vino rosso nel bicchiere durò tutto il pomeriggio. Ci raccontò della sua vita attuale; delle sue donne e delle sue vicissitudini finanziarie. Più tardi entrammo nel grande salone a piano terra, ed io mi bloccai esterrefatto. Decine di animali imbalsamati, trofei alle pareti e pelli sul pavimento, un vero cimitero di meravigliose creature sottratte a foreste e alle paludi della Tanzania, dello Zimbawe, maestosi volatili privati del cielo blu cobalto della Namibia. L’Abominevole ci teneva a precisare che tutti gli animali erano stati cacciati in modo legale e che per esempio la pelle di quel coccodrillo di 4,5 m aveva dovuto aspettare due anni prima che gli venisse spedita con tutti i certificati, e che quel maledetto rettile non ne ha voluto sapere di morire al primo colpo sparato proprio sotto l’occhio per non danneggiare la corazza, ma che è andato a morire nella sua tana sott’acqua, così che dieci negretti hanno dovuto scavare una giornata intera per tirarlo fuori. Gli chiedo che ne pensa del safari fotografico, mi risponde che si…certo ci sono un sacco di sfigati che lo fanno, ma lui è un uomo, mica una checca. Allora cambio idea; avevo pensato di abbracciarlo e, usando le parole di Francesca, di chiedergli “cos’è che ti fa male Abominevole?”, ma, in quel momento avrei solo guadagnato la frattura della mandibola. Allora ridendo uscii in giardino. Le ombre fuori si facevano lunghe, l’afa, insieme al sole se ne stava andando. In lontananza, nel campo da golf, tre uomini stavano rientrando con le loro sacche. Vivere non è facile nemmeno per l’Abominevole.
| inviato da Chirano il 25/6/2009 alle 9:8 | |
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27 gennaio 2009
50

- Mia madre impietrita mentre soffoco e la comare Catucci che mi infila un dito in gola e fa volare via la pallina di legno.
- I granchi e i ricci nel secchiello, e una terra misteriosa al di là del mare: si chiama Albania.
- Gorillino ed io con gli eskimo uguali e le sciarpe che strusciano sull’asfalto verso la cattedrale bianca di San Nicola.
- Mi chiamano Strascella perché sono troppo magro.
- Il violino di Spinello venduto per fame in una strada di Istanbul.
- Il cielo basso di Kabul, i laghi di Band i Mir e le camicie tarocche di Zahir.
- Da Londra. Dentro la busta, una foglia secca, da Sandra, una scritta “non venirmi a cercare”.
- La residenza abbandonata della regina Soraya, Roma che arrossa la sera e davanti a me Paolo col cilindro in testa.
- La Porta della casa di Ivonne e Brest che appare trai suoi capelli sottili.
- Sul pick-up di un architetto vestito da Arlecchino, Serenesse ed io tra le vigne di Dijon.
- Le ville venete, gli infiniti filari di platani e al fondo Fabiola con la sinfonia del suo ciao.
- La mano di mio padre nella mia, il tremore e quell’ultimo sussulto.
- Le colline di San Marco e le ginestre puntate come spade al cielo.
- La baia di Osaka e il vento che balla gli aerei.
- Takayama e la donna delle borse di pezza.
- Romagnano, la rosa gialla rubata alla rotonda per Bellabetty.
- Il ponte di Rialto, Laurachan che sorride e l’uomo pecora.
- Alidicarta, Silvia,Giorgia e il poeta Raffaele.
- L’infermiera con un fagotto “questo è suo figlio, è un maschio”.
- Lo tengo tra le braccia e un piccolo cuore parla.
- Il piano di Richter e la cupola affrescata che si apre.
- L’amore al tempo del Colera abbandonato sulla panchina.
- Il mare crespo di Trieste dall’alto.
- Il pianto dolce che viene la notte.
- Assisto al parto, ma non mi piace, ma sono felice.
- Lucignolo che mi porta al mare nella neve di gennaio.
- Lucignolo che diventa Lu e che mi porta in cielo nella neve di gennaio.
- Gli origami sul tavolo al ristorante.
- Le mura di Ferrara dove aleggia Micol.
- Vetro che chiude gli occhi e la batteria che fa tom tom.
- I capelli rossi di Trenina sul lago svizzero.
- Comacchio al pomeriggio, le ombre lunghe e Lu che parla al bracco.
- Le luci di Milano di notte e la camera all’ultimo piano.
- Gli autunni attesi e i laghetti di foglie rosse nel mio giardino.
- “Venga è nato suo figlio, è maschio” e tre.
- Cantare in auto correndo da te.
- Il fastidio della folla e l’estate che non finisce mai.
- Un lago che si forma intorno all’ombelico.
- Mia madre che muore in fretta per non disturbare.
- Cyrano e il suo pennacchio e la luna
- La dolcezza della nostalgia.
- Le sue vertebre curve a formare un trenino.
- Le macchie di caffè sui libri impilati.
- La consolazione dolce del Lexotan.
- Il monte dei Cappuccini che svela la notte torinese.
- Virginia che balla sul terrazzo di un grattacielo.
- Il cioccolato all’anice di Gobino.
- L’odore della solitudine che diventa piacevole.
- Il silenzio delle persone che non ci sono più.
- Tutti i sorrisi di una vita nel vortice di una tarantella.
| inviato da Chirano il 27/1/2009 alle 9:40 | |
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