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  Chirano [ ...come lo scriverebbe un giapponese...in romanji ]
         

Il Commesso Viaggiatore
…. Willy era un commesso viaggiatore e se tu fai il commesso viaggiatore non vivi sulla terra. Non sei il tipo che avvita un bullone o mi legge gli articoli del codice o mi prescrive la ricetta.

Tu lavori così, per aria, aggrappato a un sorriso o al lucido che hai sulle scarpe. E quando nessuno ti sorride più, è la fine del mondo. Da quel momento cominci a sbrodolarti il vestito e addio, sei finito.

Non calunniate quest’uomo. Un commesso viaggiatore deve sognare.

I sogni fanno parte del suo mestiere….

"Morte Di Un Commesso Viaggiatore"

A. Miller



10 giugno 2013

Undici giugno



Non avrei mai lasciato che il mio falco volasse da te. Non se avessi conservato la ragione. E' stato in quella notte, quando la mia vita se ne stava andando via, e solo aggrappandomi al filo sottile della sua bava, l'ho riportata a me. E’ stato quella notte che ho perso la ragione. Ma prima che la mia vita tornasse a me, in quella scheggia di tempo, in quello spazio troppo angusto, ho visto solo capelli di grano e udito il suono netto del tuo nome breve. Così quella notte persi la ragione e il mio falco volò da te.




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3 agosto 2012

Città

 

           

Lo faccio così di sovente che è diventato un sogno liso; T’incontro che imbrunisce. Per caso.  Mi appari inattesa. La strada è larghissima e nel mezzo un sacchetto di plastica danza nel vortice di polvere. M’incanto a guardarlo che quasi ti vengo addosso. Smetto di respirare quando ti tocco, e aspetto il tuo sguardo ostile, ma tu semplicemente mi guardi calma. Passano le quattro stagioni e i decenni e i secoli della storia prima che io, scuotendomi, ti bacio, come si usa tra vecchi amici, lievemente sulla guancia. Quando scosto la testa, tu sorridi, anche il sacchetto di plastica sorride e ci danza intorno come un fantasma monello. Siamo nel vortice, così veloci a girare che i tuoi capelli dritti sono petali di girasole e le mie scarpe sono volate via. Provo a seguirle con lo sguardo e le vedo laggiù, precipitare tra i condomini grigi e le auto roventi in fila.




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12 giugno 2012

Undici Giugno

Noi siamo come due monti ...

non ci incontreremo più a questo mondo.

Se solo, quando giunge mezzanotte,

mi mandassi un saluto con le stelle...


Anna Achmatova




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22 gennaio 2011

Quando la luna scese



Approfittando della nebbia fitta, la luna scese lentamente fino a sfiorare le cime dei tigli.
L'uomo, che l'aspettava nella radura pazzo d'amore per lei, smise di respirare  quando,
bianca come la pietra di una cattedrale, lei toccò il suolo.
La sua luce calda di alito di drago, lo avvolse e, mentre i rami irrigiditi dall'inverno fiorivano
di gemme inattese, l'uomo entrò in lei e furono spuma di galassie.
La terra si dissetò coi loro aromi e le stelle si spensero. 
L'uomo conobbe i misteri del mondo e quando la luna si sollevò nel cono di nebbia,
lui si mutò in vento e le fece strada. Le stelle sorridevano.





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25 dicembre 2010

Degli anni, di labbra e di baci e di fiocchi di neve


Faccio un elenco delle cose amo di più in assoluto, e tra le prime dieci ci metto il vento. Quello della mia prima media fu un autunno ventoso. Tutti i pomeriggi, dopo la scuola, il vento si alzava e cambiava la luce al mondo che diveniva la scenografia ideale per le nostre epiche battaglie di sassi. Fu durante una tenzone crepuscolare che Vincenzo Sannicandro e Nicola Labianca, cominciarono a chiamarmi Muso di Copertone.

Quel giorno, a dodici anni presi coscienza che il mio labbro inferiore sinistro, quasi non esisteva. La mia bocca non era come quella dei miei amici. Interrogai i miei genitori che mi mostrarono un cartoncino giallo dell’Istituto dei Tumori. Fu a due anni che me ne spuntò uno sulla bocca. Benigno. I chirurghi lo asportarono insieme a mezzo labbro.

Sarei stato rifiutato? Avrei mai potuto baciare una donna?

Quando Gorillino mi baciò per la prima volta, sotto un milione di strati di estasi e stupore, vibrava l’incredulità; un angelo aveva posato le sue labbra di meringa su quella “cosa”. Fu incredulità per ogni rossa ciliegia che Gorillino mi regalò nel corso della nostra storia.

Ma, bastava una vetrina o uno specchio a farmi ricadere in una disperazione sorda e strisciante.

Annie da Padova, aveva il nome di una santa e un corpo plasmato dagli dei, esclusivamente per l’amore. Il mio labbro - il polipo - come lo chiamò, la impressionò molto. Mi trascinò in farmacia per acquistare una crema che neutralizzasse il mostro, l'infezione. Annie pensò che quello del mio labbro, fosse uno stato passeggero. La cosa mi piacque. Facemmo l’amore tra le piante di Villa Panphili. Roma sorrideva. Annie da Padova non la vidi mai più.

Poi, con gli anni, arrivarono gli altri baci, sopratutto i baci di Lu, infiniti, perfetti, uguali e diversi tra loro, come i cristalli di neve.

Ma tutto ciò non bastò. L’esito negativo di un colloquio di lavoro, un rifiuto. Erano colpa sua! Il labbro polipo. Così un giorno mi decisi; esiste la chirurgia plastica dopotutto. Cominciai con un trattamento preparatorio all’intervento. Giravo con un cerotto sulla bocca e quando spiegai ad un mio collega curioso, a cosa mi preparavo, lui mi disse: 

“fai benissimo sai, così dopo l’intervento potrò invitarti alle mie feste a Bologna, ci sono un sacco di persone importanti e gran pezzi di gnocca”.

Dovetti pensarci solo due minuti, chiamai la dottoressa che mi avrebbe operato “niente da fare bellezza, me lo tengo questo labbro assente, al massimo potrà durare ancora qualche decina d’anni, i vermi maledetti mangeranno meno”. Non usai queste parole, avrei voluto, ma fui educato e formale nell’annullare l’intervento.

Son passati lustri, e oggi, labbro mio, si può dire abbiamo un buon ropporto, un certo dialogo. Si, ogni tanto ti tengo il muso, ma è così, per fare scena.

Il nobile e famoso naso di Cyrano ingombrava, chiedeva spazio, era così grande che solo il maestrale tra tutti i venti, poteva procurargli un raffreddore. Tu invece, labbro mio, appari per la tua assenza, ti notano perché non ci sei.

Ma oggi è natale e cederò anch’io alla bontà. Senza mettere tempo in mezzo, con la mano sul cuore, ti nomino seduta stante Gran Labbro di Guascogna! Dunque a te dedico le  ultime parole dell'amato Ercole, Savignano di Bergerac…

“ …voi mi strappate tutto, il lauro e la rosa! Strappate pur!

      Malgrado vostro, c’è qualcosa che io mi porto,

       ch’io porto meco, senza piega e senza macchia, a dio.

…ed è?

…il labbro mio!





permalink | inviato da Chirano il 25/12/2010 alle 16:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa



12 novembre 2010

Lo stormo




E' passato un anno. Accidenti!
Il mio vecchio, lento blog è ancora qui. Non si è dissolto, svanito nella rete.

Era una macchia nera lo stormo sopra la mia testa prima di esplodere fino a scolorirsi
e poi tornare al centro, plastico e veloce, e ancora in alto, a segnare l'arco leggero del tuo sorriso.
Senza fiato, oggi.






permalink | inviato da Chirano il 12/11/2010 alle 22:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



27 novembre 2009

Tsuru



C’è una cosa che amo fare nei momenti di attesa, che sia in aeroporto, al ristorante, o sul treno. Durante una barbosa riunione, o quando sono bloccato nel traffico, a me piace piegare la carta. Costruire un origami calma le onde, sospende i moti del cuore e mi rilassa. Si può usare qualsiasi carta che non sia troppo spessa, ma poiché un origami deve esprimere bellezza, cerco di usare carta giapponese creata per questo scopo, a volte fatta a mano oppure no, possibilmente decorata secondo la tradizione nipponica. La compro on-line o nei rari negozi di articoli giapponesi. Le figure che si possono realizzare con gli origami sono praticamente infinite; animali di ogni tipo, mostri, oggetti, personaggi degli anime, cappelli, scatole, fiori, oggetti volanti e tanto altro. Possiedo molti libri su questo argomento e, da quando l’uso di internet si è diffuso, è possibile trovare tutto ciò sul web.
Tuttavia la Gru che cova (Tsuru) è la mia figura preferita. La considero un piccolo scrigno di carta stretto intorno a un cuore di bellezza, essenza, eleganza e poesia. Secondo la leggenda, la gru vive mille anni, darla in dono rappresenta un augurio di lunga vita. Inoltre, occorre tempo e dedizione per realizzare una gru dalle linee pulite, regalarla significa anche: “ho pensato a te per tutto questo tempo, sei importante”.
Sadako aveva due anni, e quando la bomba cadde su Hiroshima. Lei miracolosamente si salvò. Ma il cuore nero della bomba la seguì e dopo dieci anni si ammalò di leucemia. Sadako amava immensamente la vita perché aveva 12 anni ed era curiosa del mondo. Quelle passate in ospedale, erano per lei giornate infinite. Utilizzando le scatole delle medicine e qualunque pezzo di carta fosse disponibile, si dedicava alla realizzazione di piccole gru. Il 25 ottobre del 1955, dopo 8 mesi di malattia, la vita di Sadako cessò. Nella sua cameretta d’ospedale, in quel momento, si contarono più di 1.300 piccole gru.
C’è una statua ad Hiroshima dedicata a Sadako ed alle sue gru.
Esiste un’altra versione della gru; quella che vola. E’ meno elegante, ma, quando le si tira la coda, la gru muove le ali. Per questo piace molto ai bambini.
Durante un viaggio in treno, qualche anno fa, la gru che vola attirò un nugolo di bambini nel mio scompartimento. Tutti insieme ci mettemmo a costruire uno stormo di gru colorate che poi presero il volo attraverso il finestrino. Fu molto divertente. Regalare un origami, procura piacere. A volte è occasione per socializzare, per strappare un sorriso, o lenire un dolore. Ma, a mio parere, l’origami è fatto per essere abbandonato, o forse seminato, come si lascia cadere un seme, senza sapere che ne sarà. Germoglierà? Finirà in un terreno arido per morire? Non si sa! Mi piace lasciarli sul tavolo, al ristorante. Sul bracciolo del sedile prima di scendere dall’aereo, sulla panchina dove ho riposato due minuti, sul banco di un bar, dal dentista, in sala d’attesa.
Oggi ho lasciato la mia tsuru sul tavolo dl ristorante, e mentre mi allontanavo per prendere il cappotto, ho sentito una cameriera dire all’altra :” E’ mio! Lo puoi toccare, ma con delicatezza”. Sul palmo della mano aveva la mia gru. Anche questo è stato molto divertente. Ma di solito non so che fine fanno i miei origami. Li lascio lì, poi qualcuno li prende oppure finiscono nella spazzatura. Chissà!?. Ma sempre, mentre piego la carta, dentro ci metto qualche pensiero. Una volta nelle pieghe ho racchiuso un bacio, perché fosse portato lontano, a destinazione. Però, ultimamente, mentre piego la gru, mi capita spesso di pensare a Sadako, a quei suoi giorni infiniti. Mi sforzo di immaginare quali fossero stati i suoi pensieri, ma non ci riesco, allora mi concentro sulla carta, sto attento agli angoli, alle pieghe. Una dopo l’altra




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8 novembre 2009

Sedicianni



Il ragazzo aveva occhi da cerbiatto e una cicatrice sul labbro. La ragazza possedeva capelli di foresta e la bellezza di una nuvola di Namibia. Il ragazzo andava a prenderla ogni sera, percorrendo la stessa via in cui stava Valvolina, uno che tirava fuori lacrime dall’armonica. L’aspettava sotto casa, aspirando il profumo dei provoloni, che quasi fumava dal caseificio lì sotto.

Passeggiavano mano nella mano incuranti della città che li teneva stretti al suo seno. Il ragazzo era sempre inquieto, aveva lasciato la scuola e sognava di conoscere il mondo. Portava sempre con se un tascapane di tela. La ragazza camminava in modo buffo, frequentava il liceo e indossava una sciarpa lunga che lui le aveva regalato. Erano grandi camminatori. Il ragazzo amava osservare il cielo basso e le nuvole veloci, la ragazza gli parlava con saggezza soffiando le note della sua voce calma. Il ragazzo aveva sempre voglia di fare l’amore e anche la ragazza ne aveva. Le loro carezze e i baci erano vividi e aspri come i limoni di Amalfi. Il ragazzo non pensava al futuro e la ragazza nemmeno. Non ne avevano nessuna necessità. Erano felici.

Un giorno il ragazzo partì per un lungo viaggio. Conobbe terre lontane e misteriose, udì canti incomprensibili e dormì sulla terra nuda abbracciato alle stelle. La ragazza lo aspettava ascoltando canzoni. Il ragazzo tornò e aveva un gran desiderio di raccontarle ciò che aveva conosciuto. Ma il mondo lo aveva stordito e non trovava le parole per farlo. La ragazza lo accolse sorridente, ma lui era muto. Così la ragazza pensò che avesse smesso di amarla, che il ragazzo, in quelle terre lontane avesse conosciuto amori esotici. In una sera d’autunno, quando il ragazzo passò a prenderla, lei mise nelle sue mani un biglietto; “It’s All Over Now Baby Blue” . Una canzone di Bob Dylan. Il ragazzo pensò che lei avesse smesso di amarlo. Da quella sera il ragazzo e la ragazza si separarono.

Avevano sedici anni e si misero in cammino verso il futuro.





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20 settembre 2009

Rima rimasta al Faro



Arrivarono in più di cento
al faro di Capo Spartivento
Ballerine, musici,asceti e aspiranti poeti,

uomini buoni e dal cuore di cemento
Sguardi increduli e bocche spalancate,

a qualcuno cascò il mento
Tutti, ma proprio tutti, li videro planare;
Un milione di angeli che sedevano a riposare le ali
così per un momento, tutti furono uguali.




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19 agosto 2009

Gelato al rimone

 

 

 

Ho avuto la mia magica vacanza di un giorno.
Alla stazione del tempo ho acquistato un biglietto; 35 anni, senza ritorno.
Sulle punte dei piedi, saltellando sulla superficie del lago,
la Regina della Carta di Gelso,
il saggio cavaliere Indipendente,
il mio Angelo di Lyone,
ed io, scudiero impenitente,
ci siamo, con letizia, arrovellati la mente:
“laggiù davvero il cielo è piú blu? Più basso? E la luna più indolente?”

 




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